Italian Coworking Survey

ITALIAN COWORKING SURVEY VIZZES

italian coworking vizzes e data 

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Arrivati a oltre 500 coworking in Italia

A circa un decennio dallo sbarco del coworking in Italia, il numero di spazi, operatori, addetti e fruitori è cresciuto rapidamente fino superare quota 550 esperienze sul territorio nazionale: 1 coworking ogni circa 108 mila abitanti.

Il fenomeno è ormai significativamente distribuito in ogni regione e tra grandi e piccoli centri urbani. Al Nord hanno sede oltre 300 coworking, il 55% del totale, ovvero un coworking ogni 89 mila abitanti. Ma sono cresciuti anche gli spazi al Sud nelle Isole, che risultano al gennaio 2018 126, pari al 28% e a 1 coworking ogni 163 mila abitanti.

 

Il coworking non è più solo un fenomeno delle grandi città. Solo il 32% ha sede in un centro al di sopra dei 200.000 abitanti e il 37% una città metropolitana. Addirittura 1 coworking su 4 è in centri non in area metropolitana con meno di 50 mila abitanti.

 

Un fenomeno in forte espansione

Coworking 

N.

%

in città dai 200.000 ab. in su 177 32
in area metropolitana 204 37
in centri < 50.000 ab. 172 31
in centri < 50.000 ab. non in area metropolitana 140 25
Totale 551 100

 

Redditività

Quanto sono redditizi i coworking in Italia?

E’ una domanda difficile a cui rispondere. Va considerato che esistono molti tipi di coworking in italia, diversi orientamenti al business, motivazioni, vocazioni e obiettivi. Esistono poi condizioni peculiari delle realtà territoriali in cui sono calati. L’interpretazione che offre il mercato italiano è dunque variegata (e talvolta anche divergente dal modello o dai valori originali). Pertanto le ragioni per cui un coworking ce la fa, ed un altro no, possono passare per un numero elevato di ragioni o variabili. Il bilancio di un coworking può essere in attivo perché ospita un bar o un negozio al suo interno, perché realizza molte attività di formazione, perché ha un sostegno pubblico diretto o indiretto, ecc.. Difficilmente è solo una questione di quanti coworkers (clienti) occupano le sue postazioni.

A prima vista, le cose per il coworking italiano, più che per il resto del mondo, non vanno benissimo. Ma a ben guardare proprio questa complessità è un fattore di rischio e di grande opportunità.

 

1 su 3 è in attivo

Al 2017 solo il 30% dei coworking ha un bilancio in attivo e potenzialmente genera profitti. La quota complessiva scende drammaticamente per i coworking settoriali (principalmente destinati a specifici gruppi di professionisti) e per quelli a vocazione sociale.

Se il dato sembra scoraggiare, va considerato come il modello è stato recepito in Italia.

Infatti esiste, da una parte, una rilevante un’area no-profit – pubblica e terzo settore (18%), dall’altra una grande area profit, a cui partecipano la maggior parte dei coworking italiani (66%), formata da aziende che svolgono altre attività in cui il coworking è parte accessoria o non prevalente.

Di fatto i coworking che si occupano principalmente di coworking sono poco più del 15%.

 

Più orientati alla ricerca del valore che del profitto

Una spiegazione potrebbe essere che, sebbene circa l’80% di coworking sia fondato da società (srl, spa, ecc.), solo 1/3 nasce con l’aspirazione di “fare business”. La maggioranza avvia il progetto con motivazioni quali: la ricerca di nuovi clienti o la visibilità per un’altra attività principale (44%) o semplicemente ridurre le spese della propria struttura (20%).

 

A bocce ferme, i fattori (statisticamente) significativi che incidono sulla performance dei coworking in Italia sono gli anni di attività e i costi di investimento iniziale.

 

Circa 3 anni per superare il break even point

I coworking in Italia operano in un mercato ancora nuovo in cui è ancora necessario stimolare la domanda di spazi in condivisione. Dopo 3 anni la maggioranza dei coworking è in attivo, ma già dopo il secondo anno di attività la quota dei coworking in perdita scende significativamente.

Il periodo di startup varia comunque a secondo del target clienti del coworking. Gli spazi aperti a specifici gruppi (di professionisti o gruppi sociali) devono resistere più a lungo nella zombie-land (poche perdite – nessun guadagno). I coworking settoriali, in particolare, senza l’aiuto di finanziamenti pubblici, affrontano una sfida più lunga che però, superati i 3 anni, potrebbe ripagare maggiormente in termini di stabilità della clientela.

 

Investire di più nel coworking ripaga

L’investimento medio dei coworking italiani si aggira intorno ai 50 mila euro. Poco più del 13% investe dalle 100 mila euro in su. Questo contribuisce a spiegare parte della redditività complessiva dei coworking italiani. Chi investe di più sembra infatti avere più chances di redditività e di farlo in un tempo più breve (circa 2 anni). Probabilmente, in questa fase di affermazione del coworking, gli spazi più grandi o meglio curati offrono ai potenziali clienti più incentivi a saltare l’ostacolo e imbracciare la nuova modalità. Di fatto, anche l’indice di equipaggiamento degli spazi, in particolare le dotazioni di sicurezza e tecnologiche, confermano che investire di più paga.

 

Tanto spazio è meglio che molti membri

Anche se piccoli, sotto i 10 coworkers in media all’anno (membri) non si va da nessuna parte – e probabilmente non ci si potrebbe definire coworking. La soglia di membri per il raggiungimento della redditività, tuttavia, resta sorprendentemente bassa (meno di 20), soprattutto se comparata ad altre esperienze internazionali. In generale, a causa delle caratteristiche vocazionali dei coworking italiani, non sembra esserci una significativa correlazione tra numero di contratti medi annui e profitti, ma piuttosto tra questi ultimi e la capacità dei singoli spazi di coworking.

Tra gli spazi di grandi dimensioni, infatti, la quota dei coworking in perdita scende totalmente, aumenta sia il numero dei più redditizi uffici privati (che passano in media da 2 a oltre 10), sia le opportunità per l’offerta di sale e altre attività/servizi.

Inoltre piccolissimo (<100mq) è meglio che piccolo (100-300mq) probabilmente per i costi di gestione e per lo scarso apporto in opportunità che uno spazio poco più grande apporta all’intero business.

 

Meglio nelle grandi città e al Nord, eppure…

I coworking nelle città oltre i 100 mila abitanti e, in particolare, quelli in grossi agglomerati oltre i 500 mila abitanti hanno per ovvi motivi una migliore performance. A dispetto di una più accesa competizione nei loro territori, se la passano meglio. Allo stesso modo i coworking al Nord hanno una performance complessiva migliore.

Tutto come da previsioni? Sì, ma con sorpresa non si registra una relazione significativa* tra dimensione e redditività. In città più piccole e addirittura piccolissime i coworking non perdono più che nei grossi centri. I più riescono a sopravvivere e più di 1/5 ha successo. Investire significativamente e resistere nella fase di avvio (leggi stimolare bene la domanda) ancora una volta sembrano essere fattori che fanno la differenza, anche considerando la natura profit/no-profit o le motivazioni.

 

 

I network aiutano…

I coworking che fanno parte di un franchising o di una rete associativa hanno più frequentemente un bilancio in attivo e impiegano meno a raggiungere il Break Even. L’impatto dell’associarsi a grandi piattaforme (Impact Hub, TaG, Copernico, ecc..) sembra essere un vantaggio competitivo rilevante. In misura minore, anche le reti associative (es. Cowo, ecc.) mostrano questo effetto, anche se raccordano più di altri operatori che fanno coworking come attività non prevalente (oltre 80%) a minor rischio d’impresa.

 

 

…non pagare il fitto (o pagarlo di meno) aiuta di più

Pagare o meno l’affitto dello spazio di coworking è un fattore di successo rilevante*. Mediamente l’affitto pesa circa il 41% del totale delle uscite tra chi fitta uno spazio da un privato e il 27% tra tutti. Pertanto in termini di redditività, se lo spazio è di proprietà o in concessione o in fitto da un privato o da un ente pubblico rende la vita molto più facile. Solo 1/5 dei coworking che pagano l’affitto ad un privato è in attivo.

Se si è in questo caso, fa differenza trovarsi in una grande città, avare un numero di membri alto, avere uno spazio sopra i 600 mq.

 

Cercare di ridurre le spese con il coworking paga poco

Meglio cercare un co-finanziatore privato

 

Posto che l’obiettivo è evidentemente diverso dal fare profitto, iniziare cercando di ridurre le spese con il coworking si dimostra in Italia una strategia non molto efficace. Infatti se da una parte solo 1/10 dei coworking nati con questa motivazione è redditizio, dall’altra circa 1/3 sono in perdita (quota simile a quella complessiva).

Se si vuole cercare di andare oltre il pareggio del bilancio, cercare un co-finanziatore del coworking potrebbe essere una migliore strategia di sviluppo. Infatti gli spazi co-finanziati, soprattutto se da privati, presentano una migliore performance di redditività e minori tempi per il break even.

Una offerta media quantitativamente bassa

I coworking in Italia offrono spazi, equipaggiamento e servizi in misura molto diversa.

Tuttavia, nel complesso l’offerta media è concentrata su solo pochi item compresi nella lista presentata ai rispondenti. Fatti 100 i due indici su equipaggiamento dello spazio e su servizi offerti, pochi coworking superano il 60%.

 

Una scarsa relazione con la redditività

La relazione tra redditività del coworking e offerta è visibile in molti casi, ma non è statisticamente significativa. Ovvero non è detto che investire in equipaggiamento e servizi porta necessariamente a maggior profitto, soprattutto nei casi in cui l’obiettivo del coworking o dei coworkers stessi è prioritariamente ridurre le spese. Andrebbe tuttavia considerata anche la dimensione qualitativa dell’offerta non coperta da questa survey.

 

Meglio forniti i coworking grandi e settoriali

L’offerta è per ovvie ragioni legata alla dimensione del coworking. Quelli grandi (dai 600mq in su) non solo offrono più spazi e più equipaggiamento, ma riescono ad organizzare anche servizi diversi. Così, la consulenza aziendale è associata ai coworking piccoli, quella informatica e fiscale a quelli grandi.

Non sorprende invece che i coworking settoriali o a vocazione sociale presentano in media una più ampia dotazione di servizi e di equipaggiamento degli spazi, che sembra contare più di altri gruppi in termini di redditività.

 

Sicurezza e tecnologia possono fare la differenza

Tra tutti gli item presentati, la dotazione tecnologica e di sicurezza (porte automatizzate, app mobile, assicurazione, servizi di sorveglianza) sono elementi significativamente correlati alla redditività.

 

L’offerta dei franchising è più ampia

I franchising mettono a disposizione in media un equipaggiamento più ricco e soprattutto molti più servizi degli altri coworking. Al contrario, quelli associati a reti di coworking offrono in media meno servizi.

Il concetto originario di coworking insiste sulle relazioni identitarie di comunità e sull’innovazione di modelli e strumenti del lavoro, non limitandosi all’equipaggiamento dello spazio, bensì enfatizzando valori specifici, competenze, reti di relazioni, servizi formali e informali. La comunità di un coworking, intesa come amplificatore di opportunità, costituisce il proprio valore aggiunto, in particolare nella sfera del digitale.

Pertanto l’attività di promozione di un coworking è strategica, sia in quanto veicolo per l’acquisizione di nuovi potenziali clienti, sia in quanto “prodotto” del coworking stesso capace di promuovere le professionalità che sono al suo interno.

Abbiamo selezionato alcune delle attività più diffuse secondo questa prospettiva e chiesto con quale grado vengono effettuate nell’anno.

 

Presidiare i social più che il web

I canali più utilizzati dai coworking in Italia sono di gran lunga i social media. Questi sono il presidio più assiduo di promozione e probabilmente lo strumento che permette il maggior rapporto costo benefici. Utilizzati per la comunicazione delle attività svolte, per l’engagement/community building, per la diffusione di contenuti, per la promozione (organica) del brand e delle opportunità associate.

Solo 1 coworking su 2 mantiene un blog. Tra questi davvero pochissimi lo utilizzano con assiduità (7%). Il blog, che tra le attività promozionali indicate è quello più connesso con la produzione di contenuti originali, è più utilizzato dai coworking che presentano un bilancio in attivo e da quelli collegati ad un franchising.

Più diffusa è l’attività SEO, sebbene solo 1/3 abitualmente ottimizza il proprio sito per i motori di ricerca. La minore mobilità del lavoro in Italia e l’utilizzo dei social possono spiegare lo scarso interesse a farsi trovare sul web.

 

Poca pubblicità, mirata, sui social

Trend per nulla sorprendente: i social network sono anche il luogo delle campagne promozionali a pagamento. 4/5 coworking li utilizzano e anche abbastanza frequentemente (oltre 40%). La pubblicità tradizionale attraverso inserzioni, volantini e affissioni di contro è utilizzata al contrario utilizzata solo dal 20%.

 

Nessuna ricetta

Non si riscontra tuttavia nessuna relazione statisticamente significativa tra la frequenza dell’uso dei social, anche per la pubblicità, e la redditività dei coworking.

I coworking che hanno superato il break event point fanno in genere un uso leggermente più moderato dei social e del web, ma non è apprezzabile uno scostamento significativo.

Nessuna differenza significativa neppure tra il comportamento degli spazi in grandi realtà urbane, da cui ci si aspettava un maggiore dinamismo nella promozione, essendo inseriti in un contesto più competitivo. Solo nei centri al di sotto dei 20.000 abitanti si registra una netta riduzione delle attività di promozione, peraltro non significativa.

 

Il passaparola è importante

Abbiamo rintracciato una vasta area di inattività o di attività molto modesta che coinvolge 1 coworking su 3 che in pratica si affida al passaparola o ad altre attività. In generale si tratta di coworking creati con lo scopo di ridurre delle spese di un’altra attività. Tuttavia si affida al passaparola anche chi ha l’obiettivo di “fare business” o di ricercare visibilità per un’altra attività, pur dedicando molto più tempo e risorse alla promozione.

Come per qualsiasi struttura ricettiva, l’esperienza dei coworkers ha un peso nel racconto di un coworking che potrebbe giustificare questa inattività.

 

Si punta sull’esperienza coworking e sulla community building

I coworking in Italia sembrano scommettere molto sull’esperienza vissuta dai coworkers. La maggioranza offre periodi di prova gratuiti. Mentre circa 1 coworking su 2 realizza eventi per i propri clienti e si occupa attivamente della costruzione di una propria community.

 

Il problema dell’isola

Gli spazi di coworking in Italia sono troppo spesso isole. Solo il 10% di questi realizza iniziative in collaborazione con altri, e sorpresa, neppure chi è dentro un network (franchising o reti/associazioni di coworking) è molto attivo nella collaborazione con altri. Per i primi si tratta di eventi davvero sporadici, mentre quelli connessi a reti/associazioni di coworking sono più frequenti ma molto meno di quanto ci si poteva aspettare.

Il problema dell’isola si riflette anche nella partecipazione a programmi di cooperazione davvero poco impegnativi come Coworking Visa, che consente ai membri attivi di uno spazio di utilizzare gratuitamente altri spazi di coworking in tutto il mondo per un determinato numero di giorni (in genere 3): in Italia sono iscritti al programma solo 14 spazi su oltre 500.

Qual è la dotazione di strumenti digitali in uso nei coworking. I coworking fanno leva su applicativi e sistemi digitali per innovare il loro lavoro e quello dei loro clienti? Come si compone il management degli spazi di coworking? Che tipo di impegno danno i fondatori e collaboratori? Quali sono i sistemi di pagamento in uso ai coworking? Sono sufficienti?

 

Molto social, pochi social media

I coworking utilizzano molto i social nella loro strategia di promozione, preferendo nella quasi totalità Facebook. Sono invece meno utilizzati gli altri network: 1 spazio su 2 ha un account Linkedin, Instagram e Twitter, ancor meno sono usate chat e altri social network.

Dalla scelta del presidio di un solo canale consegue uno scarso utilizzo degli applicativi per la gestione di più account social a cui si rivolgono pochissimi coworking.

 

Gli spazi al Sud sembrano essere su questo terreno in media più attivi. Utilizzano infatti più social media: oltre a FB, Linkedin è utilizzato da circa il 70%, 1 su 2 utilizza Whatsapp, Twitter e Instagram e ¼ utilizza Pinterest.

Allo stesso modo anche gli spazi collegati ad un franchising sono presenti significativamente su molti più network e in generale mostrano un “arsenale” digitale più ampio.

 

Surprise! 1 su 4 utilizza un sistema di gestione dedicato del coworking e pochi di più applicativi per la gestione di progetti

Prenotazioni degli spazi online, gestione dei contratti, delle fatture, monitoraggio dei tempi di permanenza, gestione dei membri nello spazio, calendari eventi, messaggistica, reportistica e altri servizi sono integrati in un sistema dedicato di gestione solo in 1 spazio di coworking su 4. Di questi la maggior parte utilizza un software sviluppato per conto proprio e il resto (8%) uno dei tanti sistemi ormai disponibili.

Si tratta di una notevole sorpresa. Innanzitutto perché non è influenzata dal numero di contratti medi attivi, poco dalla grandezza dello spazio (con una variabilità più scarsa di quanto immaginato), poco dalla redditività del coworking.

Una possibile spiegazione è che la maggior parte degli spazi potrebbe utilizzare più sistemi (uno per la contabilità, uno per le prenotazioni, e così via) adottando un approccio non integrato o comunque esprimendo un diverso fabbisogno di controllo del proprio business, indipendentemente dal volume di “traffico” dello spazio o del proprio fatturato.

 

Stessa sorpresa quando si guarda all’uso di project management apps. In parte questo si spega con la composizione dei team che gestiscono i coworking, dall’altro dal numero limitato di servizi offerti che non necessitano di particolari strumenti digitali a supporto.

Fanno anche qui eccezione i coworking inseriti (franchising) che per la maggiore adottano il sistema di gestione e le app di gestione progetti in uso dal proprio network.

 

 

Il management degli spazi è affidato ai soci e al part time

In Italia il ruolo più attivo nella gestione è degli stessi fondatori o soci delle compagini che gestiscono gli spazi di coworking. Per lo più si tratta di un impegno part time, spesso non supportato da collaboratori o dipendenti.

Un coworking su 2, infatti, lavora con un team di soli soci e 1 su 3 esclusivamente con soci part-time. In generale la maggioranza dei coworking si avvale collaboratori. Quando è nelle condizioni di poterlo fare, assume preferibilmente personale part-time.

Si rintracciano interessanti differenze regionali. Ancora una volta quelle più evidenti sono al Sud e nelle isole dove la componente di soci impegnati attivamente supera significativamente quella riscontrata nel resto del paese così come quella dei dipendenti full time.

 

E’ meglio avere fondatori e soci attivi che collaboratori?

Il coinvolgimento attivo di fondatori e soci nel coworking sembra pagare più di quello di collaboratori e dipendenti. Tra i coworking che presentano un bilancio attivo, infatti, si registra una maggiore presenza di soci full time (anche se non formalmente riconosciuto). Al contrario, non si rileva uno specifico impatto dei collaboratori e dipendenti sulla redditività.

È proprio l’impegno dei fondatori e i soci a fare la differenza nel successo di uno spazio di coworking?

Ni! La relazione è molto debole e scompare del tutto quando si guardano a tipi specifici di coworking. Tuttavia può essere interpretata come una traccia per il migliorare l

 

Farsi pagare non è un problema

Posto che in qualche coworking italiano è possibile anche pagare con bitcoin, non ci sono poi molti sistemi quando si deve saldare la propria scrivania. È possibile pagare con carte di credito/debito solo nel 30% degli spazi e con Pay Pal in poco più 40%. Altre modalità sono molto più rare. Di norma gli spazi italiani offrono da 1 a due sistemi di pagamento. Vale a dire, trasferimenti bancari e contanti a cui si aggiungono talvolta carte e altri sistemi elettronici.

Offrire più sistemi di pagamento potrebbe sembrare un modo per scongiurare ritardi e per rendere la vita più facile ai coworkers, ma non sembra valere in Italia. Gli spazi di coworking vengono sono pagati in anticipo o al massimo entro la fine del mese corrente nel 88% dei casi.

Come guardano al prossimo futuro i coworking? Che livello di fiducia hanno nel loro business e come programmano le loro prossime mosse nel prossimo triennio?

 

Good news, le aspettative degli operatori sono alte

I risultati sulla redditività degli spazi di coworking in Italia potrebbero non essere incoraggianti. Attenzione però a non considerare cosa vedono i loro fondatori e soci.

La loro fiducia, infatti, anche a breve termine, è davvero interessante.

Chiesta una previsione sul bilancio del prossimo anno, la maggior parte si dichiara molto positiva e nutre aspettative di sensibile miglioramento della situazione attuale. Così i coworking oggi in perdita confidano di arrivare al pareggio già dal prossimo anno e qualcuno conta di essere addirittura in attivo per quella data. Allo stesso modo quasi 1 coworking su 2 tra gli spazi che hanno raggiunto il break event pointprevede un bilancio in attivo dalla prossima annualità. Infine quasi tutti i coworking redditizi confermano la loro fiducia anche per il prossimo anno. Complessivamente, pochissimi immaginano un peggioramento delle condizioni. Scarti non significativi si riscontrano solo tra gli spazi di dimensione tra i 300 e i 600 mq e quelli nelle regioni centrali.

 

Fiducia sull’aumento del numero di coworkers

Variazioni più significative si trovano nelle previsioni sul tipo di attività che porterà a questo sviluppo. In generale gli spazi di coworking confidano in maggioranza sulla crescita delle postazioni occupate. Coloro che non sono sicuri sull’aumento dei membri, sembrano tuttavia certi che questi nemmeno diminuiranno. Quasi 1 spazio su 3 punterà all’incremento di servizi, mentre pochi (viste anche le dimensioni medie dei coworking in Italia), punterà sull’incremento di eventi e sale da affittare.

 

I coworking non ancora redditizi puntano sui servizi

Gli spazi di medie dimensioni e quelli che non hanno ancora un bilancio in attivo si propongono di aumentare la propria offerta di servizi. E’ senza dubbio una buona idea visto l’indice di servizi offerti rilevato (vedi sezione Offerta). Allo stesso modo anche gli spazi al Mezzogiorno intendono adottare questa strategia aumentando i servizi offerti.

 

Aggiungi una postazione…

In questo scenario le azioni che gli spazi di coworking intendono implementare sono principalmente l’aumento di postazioni nel medesimo spazio. 1 coworking su 4 considera di investire in una modifica della propria struttura per incentivare/accogliere i nuovi membri. Mentre pochi sono gli spazi che intendono nel prossimo anno trasferirsi in un alto spazio sia per ragioni di sostenibilità che per aumentare le metrature a disposizione.

Se però il coworking ha già superato ilbreak evenla questione è diversa e si pensa seriamente di investire nella struttura (oltre 60%): con una modifica dello spazio (40%) o con il trasferimento in una struttura più grande (20%).

Insomma chi non ha avuto ancora conferme dal mercato o non ha sufficienti risorse ha comunque fiducia in una crescita dei membri e al minor costo prevede un incremento delle postazioni offerte.

Fuori dal proprio spazio di coworking ci sono altri coworking, imprese, amministrazioni e altri attori che operano nell’ecosistema che qui chiamiamo “territorio”. La relazione con il territorio, spesso orientata dalle politiche pubbliche, è di fondamentale importanza per lo sviluppo del coworking ed è una componente del costruire comunità attorno al proprio spazio.

 

La competizione non è un problema

La percezione sull’offerta di spazi di coworking è ancora positiva. Pochi rispondenti valutano saturo il mercato, per la maggioranza i coworking che competono nella propria città o provincia sono il giusto numero (circa 60%) o addirittura pochi (25%, al Sud 40%). La percezione è diffusa sia nei grandi centri urbani che in quelli piccoli, tende ad enfatizzarsi nel Mezzogiorno per ovvie ragioni e non è influenzata significativamente da fattori quali la redditività, la natura profit/non profit o da altre caratteristiche dei coworking rispondenti. Non significativo, ma è interessante notare che gli spazi affiliati a franchising sono quelli che percepiscono maggiormente la competizione. In pratica nonostante il fenomeno sia cresciuto tanto e velocemente negli ultimi anni, gli operatori attuali non sono preoccupati per la competizione e valutano l’offerta di spazi in Italia senza apprensione.

 

Di contro la redditività degli altri è scarsamente percepita

Valutando su una scala da 1 a 5 (1 rappresenta poca redditività e 5 il valore più alto di redditività) gli “altri coworking” sono percepiti in media come scarsamente profittevoli (2,2), anche nelle città metropolitane dove si presume un maggior mercato.

 

Pochi incentivi pubblici…efficaci solo in alcune aree territoriali e per il non-profit

Negli ultimi anni in Italia alcune amministrazioni locali e regionali hanno sperimentato politiche pubbliche di incentivazione per i coworking. Alcuni di questi sono agevolazioni dirette, ovvero, politiche di sostegno alla creazione di nuovi coworking attraverso strumenti classici dei regimi di aiuto alle imprese o attraverso la concessione di strutture comunali, in qualche caso con programmi specifici finalizzati sullo sviluppo di spazi di co-lavoro (es. Regione Puglia).

Allo stesso modo sono stati realizzati incentivati indiretti per i coworking attraverso la concessione di voucher e altri contributi a favore di lavoratori che svolgono attività in spazi di coworking che garantiscono alcune caratteristiche e condizioni (es. Milano, Toscana).

Confidare in questi aiuti però ha molte limitazioni. Poche amministrazioni hanno attivato queste politiche, meno del 30% coworking ha direttamente o indirettamente beneficiato di agevolazioni. Inoltre molte politiche di incentivazione alla creazione di coworking sono indirizzate ai soggetti non-profit (che infatti hanno molte più possibilità di accedervi). In ogni caso gli impatti percepiti sullo sviluppo del coworking sono sorprendentemente molto bassi. Anche nelle aree come la provincia di Milano, che è stata tra le prime a realizzare agevolazioni per i coworking, i più valutano come marginale il contributo indiretto ricevuto. Diversamente, le politiche come quella pugliese rivolte ai coworking non profit o che hanno una vocazione sociale sembrano avere un impatto più rilevante sulla nascita e diffusione del fenomeno.

 

Poco supporto dall’ecosistema pubblico ma coinvolgimento in crescita

Davvero pochi coworking dichiarano di aver ricevuto supporto significativo da agenzie locali di sviluppo, Camere di commercio e altri attori degli ecosistemi locali per l’innovazione (6%). Complessivamente si registrano nessuna (67%) o scarse interazioni (19%) per la creazione di reti o per l’individuazione di nuove opportunità di business.

Meglio per quanto riguarda il protagonismo dei coworking nel dibattito e nella programmazione locale sui temi dell’innovazione, lavoro, formazione, ecc.. Poco meno del 50% è stato coinvolto in partenariati, tavole rotonde con le istituzioni, incontri organizzati dalle amministrazioni, ecc.. e questo è un segnale molto interessante di un possibile percorso di riconoscimento del contributo dei coworking nei sistemi locali, anche se per il momento ancora sporadico (35%).

 

I network interloquiscono meglio con il territorio

Affiliarsi a franchising di grossi player nazionali o a reti/associazioni di coworking sembra permettere di interagire meglio sul territorio. A differenza dei coworking non collegati a network questi spazi evidenziano una migliore performance in tutti gli indicatori di “Territorio e Politiche Pubbliche”. Sembrano, infatti, percepire più la competizione (con l’eccezione dei franchising che invece la “soffrono” di più) e interagire molto di più con gli attori degli ecosistemi locali. Vengono più spesso coinvolti nella programmazione e nel dibattito locale, accedono più frequentemente a incentivi diretti e indiretti. Le motivazioni sono molteplici, ma fanno riflettere sulla necessità di un maggior sforzo per tutti gli spazi di coworking di uscire dalla propria struttura e creare comunità solide anche al di fuori del proprio perimetro territoriale.

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